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James Brown
MAG Arco, Galleria Civica G. Segantini
Until Sunday 12 November 2006
ANTENATI. I SIMBOLI
Nell’analisi sui significati di antiche presenze che hanno caratterizzato l’esistenza di chi ci ha preceduti e di culture differenti dalla nostra ci stupisce osservare la relazione tra le Kachina, che giĆ  avevano ispirato l’avventura surrealista da Paul Eluard a Max Ernst, e il lavoro di James Brown.

I manufatti, realizzati tra il 1890 e il 1950, provengono da importanti collezioni. Fonte di ispirazione e capaci di evocare epopee fanciullesche, le Kachina rappresentano nella forma antropomorfa gli spiriti. Sono caratteri tratti dal mondo visibile e invisibili che narrano di origini e di significati simbolici.

Le 50 carte inedite le sculture e le tele realizzate da James Brown nei primi anni Ottanta sono, dunque, dedicati alle Kachina, antiche bambole degli indiani nativi d’America. Nato nel 1951 a Los Angeles, James Brown è uno dei protagonisti del graffitismo newyorkese, con Jean Michel Basquiat, Keith Haring, Rammelzee, Kenny Scharf. Il linguaggio visivo di questi giovani artisti trae elementi e stile dalla cultura popolare; è costituito da una pittura veloce, trasformata in estemporanea decorazione dei paesaggi delle metropoli: dai treni ai muri delle stazioni delle subway. Nei primi anni Ottanta i lavori di James Brown sono caratterizzati da un forte segno espressivo, attraverso il quale le figure si impongono sugli spazi pittorici come uscite da racconti del mondo dell’infanzia o prodotti dalla durezza delle angosce urbane. Il legame con le Kachina nasce quindi dalla tensione a voler ritrovare il luogo più profondo e pulsante dell’energia.

Le tele e le carte sono attraversate da immagini primordiali dai tratti apparentemente semplici, ma caricate di un intenso valore simbolico. Sono rappresentazioni di figure e di Teste, che richiamano presenze primitive. Somo immagini assolutamente frontali, attaccate alla superficie dello sfondo e trattenute nei limiti del supporto. Fisse nei gesti e nelle posture hanno in sé la solennità dell’icona, dell’immagine estranea alla realtà fisica e vicina a quella del mito. Il segno calligrafico muta in esperienza quasi scultorea la corporeità dei personaggi, sottolineata dall’intenso cromatismo.

A cura di Giovanna Nicoletti