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Paesaggi di Guerra. Basso Sarca e Valle di Ledro
MAG Riva del Garda, Museo
Fino al 9 gennaio 2011
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Allo scoppio della Grande Guerra, e ancor più durante il conflitto, il settore fortificato di Riva risultava così ben protetto da rendere molto difficile per l’esercito italiano il raggiungimento di risultati di una qualche consistenza strategica, mentre l’esercito imperiale fu quasi esclusivamente schierato su posizioni difensive. Per entrambi gli eserciti, l’estrema difficoltà ad avanzare portò a una guerra combattuta prevalentemente con le artiglierie in un duello a distanza.

Tuttavia le ripetute incursioni provocarono a partire dal maggio 1915 l’evacuazione della popolazione civile di Riva e dei paesi circostanti verso la Boemia e la Moravia, nelle “città di legno” di Braunau e di Mitterndorf, dove i profughi troveranno precaria sistemazione per un periodo che per i più durerà 42 mesi.

La guerra si spegne. I profughi ritornano a casa alla spicciolata fino alla primavera del 1919. Al loro rientro, scoprirono una città da ricostruire, nelle case e nella sua economia. Per quanto riguarda Arco, il piano a firma di Umberto Maffei provvedeva a ridisegnare lo spazio della Piazza 3 Novembre, lo slargo di Sant’Anna, alcuni angoli di Stranforio, del Dosso e delle Ere, nonché i nuovi edifici nel Piazzale Pomerio. Ancora più significativi appaiono i cambiamenti a Riva, «chi vide Riva di Trento subito dopo l’armistizio la trovò massacrata» scrisse Ottone Brentari nel suo "Le rovine della guerra".

A subire le conseguenze più gravi furono i paesi che, presi di mira dalle opposte artiglierie e dai saccheggi, alla fine risultarono in buona parte distrutti. Oreste Ferrari, nativo di Locca, giornalista e poi direttore del giornale “La Libertà”, nei suoi reportage ricorda che prima della guerra la Valle di Ledro contava circa 4.800 abitanti.

Ben pochi di loro al ritorno dalla Boemia e dal fronte trovarono una dimora accettabile; le stesse campagne, incolte dopo anni di abbandono, in molti punti erano solcate da trincee e reticolati; mancava il bestiame e i magazzini erano privi di viveri. I profughi che avevano conservato qualcosa si erano ridotti a dormire nelle stalle o nei fienili; quelli privi di tutto avevano dovuto fermarsi a Riva e ad Arco, ospitati negli alberghi e in altre strutture d’accoglienza. In valle non solo le case erano distrutte, ma anche gli acquedotti, gli opifici, le centrali elettriche, le vie di comunicazione.