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Il/Naturale
Arco | Galleria Civica G. Segantini
23 giugno - 15 settembre 2013

A cura di Veronica Caciolli, Denis Isaia, Federico Mazzonelli
In collaborazione con Mart Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto

Il concetto di luogo, non pensabile se non in relazione all’essere umano, e il rapporto tra memoria e presente sono i temi portanti della mostra Il/Naturaleche inaugura il ciclo di progetti di Der Blitz. In questa mostra una selezione di opere del Settecento-Ottocento e del primo Novecento di Giuseppe Canella, Peter Anich-Blasius Hueber e Umberto Moggioli provenienti dalle collezioni del MAG e del Mart, accomunate dal soggetto del paesaggio trentino, sono messe in dialogo con le opere degli artisti invitati a partecipare al progetto Luca Bertolo, Luca Coser, Roberto De Pol, Giovanni Ozzola e il collettivo Casali+Roubini. L’obiettivo della mostra è indagare la controversa relazione fra uomo e territorio e mobilitare i sensi del visitatore al fine di avviare un primo dialogo sui sentimenti, i reperti e le scenografie che rappresentano e definiscono il territorio contemporaneo.

Il progetto assume come punto di avvio la credenza, specificatamente moderna, della separazione fra cultura e natura. Da questa separazione – intesa qui come un atto fondativo che si è dipanato nella storia e ha trovato nel pensiero moderno il suo migliore corpo – hanno origine alcune delle relazioni più comuni che oggi si intrattengono con il territorio: l'incanto estetico (la scoperta del paesaggio, l'immaginario naturalistico), la secolarizzazione della natura (il governo della materia, le tecnologie), il governo dello spazio (la misurazione, le carte, la tecnica), la tentazione cosmologica (nuovo spiritualismo, ecosofie).

Il risultato conclamato e a noi presente di questo complesso processo fatto di diversi strati è una sorta di “iper-territorio” o “territorio-aumentato”: una sovrapposizione di tecniche, biologie e scenografie che definiscono “il rilievo” del nostro presente.

Il progetto consiste in un tentativo di disegnare tale “rilievo” attraverso un percorso espositivo, avvalendosi dell'incrocio fra documenti storici e dipinti provenienti dalle collezioni del MAG e del Mart e opere di artisti contemporanei.

Dal punto di vista strettamente espositivo, Il/Naturale prende le mosse da un confronto fra artisti afferenti a diverse epoche e dalla relativa esigenza di valorizzazione continua del patrimonio artistico del MAG e del Mart. A partire da questi presupposti costruisce un discorso che prova ad abbattere le differenze di stile, tecnica, visione fra artisti di secoli diversi. Il tempo storico che emerge da questo tentativo non vive la dialettica oppositiva su cui è stata costruita la storiografia moderna, ma prova invece ad amalgamare le parti in maniera empirica per evidenziare più il desiderio di continuità che gli accenti di discontinuità. La storia, lungi da diventare uno spirito, è un abito. Riportarla nell'alveo della sua effettiva portata significa scaricare il fruitore da ambizioni e tensioni che non gli appartengono e che possono per nostro conto fermarsi lì.

 

Luca Bertolo, Et in Arcadia ego, 2007-2009

Le cose che vengono da sole sono sempre le migliori. Per dipingere Luca Bertolo usa come tanti suoi colleghi dei piattini di plastica come tavolozza. Alla fine della giornata lascia la tavolozza a terra ad asciugare in compagnia delle altre usate precedentemente. Il giorno dopo, quando si rimette al lavoro, prende la tavolozza asciutta e la riusa. Giorno dopo giorno le tavolozze incominciano ad assumere un proprio corpo visivo. Quando il paesaggio all'arbitrio dell'artista è composto, allora definitivamente si staccano dalla loro funzione e diventano un'opera d'arte. Et in Arcadia ego è un giunto fra i diversi elementi del mestiere del pittore. I piccoli piattini di plastica raccordano, come tutta la pittura di Luca Bertolo, la materia viva con la materia concettuale. Carichi di memorie e di presente, i paesaggi spariscono nella cortocircuitazione fra visione e concetto, in essa piacere ed imbarazzo coabitano: ciò che sembrano dire è che il re è nudo e balla con noi.

 




Roberto De Pol, Water, rubbish bin, electrical cables, joints, gutters, metal sheet, wood, adhesive tape, plastic, electrical pumps, timer, rubber tubes, tubes, screws, 2013
Giuseppe Canella, Plenilunio, 1840

Le opere di Roberto De Pol si presentano formalmente come assemblaggi di materiali prelevati dalla quotidianità, spesso attivati da sistemi meccanici rudimentali, e che, nel lavoro di ricomposizione attuato dall’artista, assumono forme ambigue, a cavallo tra struttura architettonica, oggetto scultoreo, macchina “inutile”. La poetica che le sottende è spesso legata ai concetti di precarietà, di interferenza, di modificazione della percezione degli spazi nei quali i lavori vengono collocati, attraverso le stimolazioni fisiche, sonore, percettive che i loro “movimenti contraddittori” sono in grado di rilanciare allo spettatore. Nella mostra Il/Nauturale, una struttura che ricrea artificialmente lo scorrere della pioggia sopra una grondaia diviene il punto di osservazione privilegiato dal quale ammirare un paesaggio del vedutista ottocentesco Giuseppe Canella, della collezione della Pinacoteca del Museo di Riva del Garda. Si attiva in tal modo, nell’inquieta circolarità che si va creando tra percezione fisica e visione, una sorta di processo di riconoscimento e di lettura di un “senso del naturale” che pervade i due lavori, benché secondo dinamiche formali apparentemente distanti, se non inconciliabili. Si tratta dunque di un dialogo aperto che rilancia la riflessione sui rapporti tra oggetto tridimensionale e superficie dipinta, sulla “qualità” di quello spazio che lo spettatore viene chiamato a percorrere, in equilibrio tra il carattere artificiale della pioggia che scorre sulla lamiera e la sensibile illusione dell’immagine pittorica, come quella dipinta dal Canella, “reale visione” di nubi e umidità, trasparenze atmosferiche e sfumature tonali.

 

 

Lorenzo Casali e Micol Roubini, Atlante Silvestre, 2012
Umberto Moggioli, La valle dell'Adige, 1916

Altlante Silvestre è la storia di una montagna. Il video girato nel 2012 racconta le diverse vicende che in alcuni giorni d'estate attraversano un'area montana della Val Camonica. La narrazione avviene per sovrapposizioni di immagini in movimento che passo dopo passo organizzano un unico sguardo. Ciò che emerge è una pittura contemporanea che ha la grandezza rieducativa della grande immagine. Inquadrature, ritmo, suono e sviluppo narrativo compongono un affresco in cui l'occhio del fruitore è chiamato a rivedere il rapporto quotidiano che intrattiene con l'immagine. Ciò dona al progetto video una forza ontologica, la stessa a cui continuamente richiama negli accoppiamenti narrativi: la teleferica che sorvola la montagna, la riattivazione del ciclo ittico, l'erba che muove l'inquadratura, il salto dell'operaio sul fiume. Tutto disegna una «misura d'uomo» internaturale che procede per quotidianità ed adattamenti. Atlante Silvestre di Lorenzo Casali e Micol Roubini condivide lo spazio con un'altra delle opere in mostra. Si tratta della veduta della valle dell'Adige che Umberto Moggioli dipinge nel 1916. Il quadro si inserisce nel periodo post veneziano che aveva visto Umberto Moggioli particolarmente influenzato dal grande respiro coloristico dei maestri per eccellenza della Laguna: Tintoretto, Tiziano, Tiepolo. Tornato da Venezia, dopo una esperienza da cartografo durante la guerra, si dedicata a raffigurare i paesaggi delle zone del Garda. Ne escono dei capolavori moderni in cui il paesaggio è assoluto protagonista di una visione contemplativa in cui la natura è presenza insuperabile.

 

 

Giovanni Ozzola, Stellar fireworks, 2013
Peter Anich e Blasius Hueber, Atlas tyrolensis, 1774

Sono spesso le proteiformi manifestazioni della natura, del cielo e dei suoi rapporti con la terra a costituire il soggetto dei lavori di Giovanni Ozzola (Firenze,1982). Sia la mappa (Atlas tyrolensis) che la nebulosa (Stellar fireworks) rappresentano possibili punti di orientamento. L'Atlas può essere osservato per imbattersi nella sorpresa, ma nasce principalmente come strumento di controllo ed esito di una verifica. Nella nebulosa (intesa come parte di una costellazione) è piuttosto il rapporto simbolico che intrattiene con il tempo, con la creazione, con i cicli di nascita e morte a connotare lo sguardo dell'artista, che la chiama «fuoco d'artificio stellare». La tensione tra arte e scienza è mostrata sia in questo lavoro (la nebulosa è effettivamente esistente) che nel dialogo con l'Atlas tyrolensis, realizzato non da artisti, ma da cartografi, che oggi però, è conservato in un museo di arte. Sono inoltre due attitudini storiche a confrontarsi: da una parte la ricerca di certezze e l'assertività delle risposte, dall'altra lo sguardo aperto, incerto e speculativo come meta stessa. 

 

 

 

 

Progetto Offsite
Riva del Garda | Museo
Luca Coser, È sempre un'altra storia, 2013

Offsite è un progetto sviluppato in parallelo alla mostra Il/Naturale con la volontà di instaurare una connessione, fisica e contenutistica, tra le due sedi espositive del MAG (Galleria Civica G. Segantini di Arco, dove ha luogo la mostra, e Museo di Riva del Garda, in particolare la sua Pinacoteca).

In relazione all’inserimento nella mostra di Arco di un’opera della Pinacoteca di Riva, Plenilunio di Giuseppe Canella, e quindi alla sua temporanea assenza dalla parete della Pinacoteca stessa, è stato chiesto a un artista contemporaneo di “reinventare” questo spazio rimasto vuoto. Nell’ottica di lavorare ad un progetto site-specific anomalo, per la necessità di collegare due contesti spazialmente distanti, ma funzionalmente e culturalmente affini, l’artista Luca Coser ha proposto di proiettare, nello spazio lasciato vuoto dall’opera ottocentesca, una proiezione video che si presenta come una sorta di “finestra”, sospesa tra lo spazio reale del museo e lo spazio virtuale dell’immagine in essa riprodotta. È sempre un'altra storia, questo il titolo del video, nasce da un'idea semplice e complessa al tempo stesso. In questo caso l'idea è quella di "rimettere mano" alle tracce che l'immaginario fotografico gardesano ha sedimentato nel tempo, e quindi "cambiare" simbolicamente il corso della storia. In maniera minima, persino delicata, poetica. L'artista non cerca lo strappo, si accontenta di variazioni minime, e infatti si concentra su vecchie vedute in bianco e nero del lago, spesso sui suoi limitati orizzonti, sui quali esercita minime interferenze mettendo con disarmante semplicità il bianco dove prima si trovava il nero, il nero dove prima si trovava il bianco. Coser sembra in tal senso mettere in atto una "riscrittura" della storia, tanto poetica quanto radicale, riattualizzando la figura dell'artista inteso come demiurgo, un corpo fisico e immaginativo alla ricerca dell'impossibile, inconsapevole di quella che sarà la fine del viaggio, intento a spingersi in territori inesplorati, non tanto perché sconosciuti quanto perché costantemente reinventati dalla sua mano e dalla sua mente.