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Heribert Ottersbach. Piazze
MAG Arco, Galleria Civica G. Segantini
Bis Sonntag 14. November 2010
Per la prima volta esposte in un museo italiano, le opere di Heribert Ottersbach (Colonia, 1960) sono immagini che appaiono come inquadrature fotografiche fisse assolutamente stabili nella composizione, costruita come un'architettura, dove la pittura interviene a ricoprire le superfici e a definire profili e contorni degli elementi, amplificandoli, e mettendo in evidenza zone dove la materia e il segno sembrano uscire dall’evanescenza dei fondali. Gli elementi, quasi congelati, diventano soggetti simbolici prodotti da un azzeramento totale dei volumi cromatici. L'inaugurazione è venerdì 10 settembre alle ore 18 a Palazzo dei Panni; la mostra – con ingresso libero – prosegue fino al 14 novembre.
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Heribert Ottersbach (Koln, 1960) come molti suoi coetanei intreccia la formazione con i percorsi di artisti che hanno segnato la storia dell’arte degli anni Ottanta, arrivando alla scelta coraggiosa di una pittura figurativa come risultato di una moltiplicata traduzione dello sguardo e, nello stesso tempo, di una lettura possibile riguardo al significato della rappresentazione dell’epoca contemporanea.

La risposta di Ottersbach è chiara: l’arte esiste in quanto comunicazione, critica e contenuto. I soggetti della sua ricerca pittorica convergono sempre verso il paesaggio – tema portante del Dipartimento MAG del Contemporaneo – di cui Ottersbach disgrega la struttura per lasciare spazio ad un altrove in cui la natura diviene qualcosa d'altro: l’estensione di un paesaggio percepito o narrato per cicli. Fatto di vegetazione, ma anche abitato da strutture urbane, ed inoltre estensione – quando è attraversato da una moltitudine di persone senza volto – della sopravvivenza umana che si esprime in particolare nelle immagini delle piazze, o nelle figure che partecipano dello spazio urbano fino ad esserne assorbite. La pittura e il disegno di Ottersbach rinunciano al colore: il cromatismo si costruisce su toni di grigio e ocra che sembrano allontanare l’evidenza e la possibilità di un'esperienza veritiera con il soggetto della rappresentazione. Il coinvolgimento emozionale è negato dal filtro che media l’esperienza emotiva e costringe l’osservatore a smarrire il riferimento con il quotidiano. Interessante che i soggetti di Ottersbach siano tratti non direttamente dal quotidiano ma da un archivio del quotidiano: fotografie scattate dallo stesso autore, ma più spesso rinvenute nei più diversi contesti. La realtà «vera» è fittizia e, al suo posto, diventa reale quella artificiale del computer; ovvero, la realtà è illusione e reale è ciò che l’artista crea, anche se ciò avviene a posteriori. Ottersbach scansiona le immagini e le trasforma al computer, portando sulla tela o sulla carta la pixel-pennellata che lo schermo restituisce come frammento della visione.

La realtà, dunque, è non solo fotografata ma radiografata, alla ricerca della sua essenza, della sua parte interiore più segreta e intima. In tutto questo, la piazza rappresenta un viaggio, un insiemi di luoghi pensati come estensioni di centri abitati o di spazi di divertimento e d'incontro. Ci sono molti modi differenti di guardare alla natura: quelli di Ottersbach propongono sempre movimenti ravvicinati ma resi distanti e perfino impraticabili, da una sfocatura costante che non permette di riconoscere completamente i contorni: «C’è un forte stato di straniamento in queste immagini - dice la curatrice Giovanna Nicoletti – dove gli orizzonti scompaiono e costringono ad entrare nello spazio osservato, azzerando il tempo. Sono voci senza parole quelle che si levano dalle folle nelle piazze o sui marciapiedi, o nelle barche affollate. Sono silenzi quasi assordanti quelli delle solitudini di tronchi che si intrecciano e si spezzano per ricomporsi nella vegetazione o quelli che avviluppano le solide forme geometriche degli edifici o le carcasse di macchinari. Forse allora è vero: Heribert Ottersbach cerca nella pittura una risposta alla possibilità dell’arte di avere ancora qualcosa da dire. E forse la risposta sta nella sua mutevole rappresentazione e nel nostro sguardo di perenni cercatori, anche noi sempre, alla ricerca del vello d’oro».

A cura di Giovanna Nicoletti